Senso di appartenenza, senza legami genetici

“La vita in famiglia – fatta di abitudini, rituali, tradizioni, stili di vita – crea legami affettivi, un senso di appartenenza.

Le famiglie nate da donazione lottano per costruire esattamente questo senso di appartenenza per i loro figli e figlie, nuotando controcorrente in una cultura che mette al primo posto e considera predominanti i legami genetici.”

Il legame genetico tra genitori e figli/e non crea automaticamente famiglie unite, amorevoli e accudenti; per contro, la quotidianità spesa tra persone non geneticamente legate può dar vita a unione, sicurezza e ad un forte senso di appartenenza.

Spesso immaginiamo l’identità come qualcosa che fluisce da processi psicologici di scoperta di sé e delle proprie origini genetiche, come una perla nascosta che ci è accessibile se soltanto risaliamo un po’ più a monte nel nostro albero genealogico. Ma forse noi siamo più di questo: siamo frutto delle nostre relazioni, prima fra tutte quelle familiari, dei legami che abbiamo coltivato e continuiamo a coltivare con le persone, in un involontario confronto/scontro con cose in cui ci riconosciamo e cose che sentiamo diversissime da noi. Se quindi pensiamo all’ identità come relazionale, allora appartenenza è il termine che meglio si adatta a rendere visibili anche quel contesto e quelle circostanze tanto essenziali e determinanti nel farci “venire su” in un certo modo e non in un altro.

Senso di appartenenza: quella cosa che si sente o non si sente, e va molto oltre il corredo cromosomico. E’ questo senso di far parte/essere parte/appartenere che fa famiglia, e che si costruisce giorno dopo giorno, in ogni famiglia allo stesso modo. I pregiudizi e le difficoltà stanno nella società, nella cultura, che fatica ad abbandonare un rassicurante modello di famiglia ideale. La difficoltà sta nel ridimensionare il peso del legame genetico e ridefinire maternità e paternità: cosa mi rende madre? Cosa mi rende padre? Quando l’unica porta aperta è quella della donazione, diventa inevitabile ripensare, rivalutare le priorità, i pregiudizi, nostri e della società. E alla fine smontarli, riconoscerli come una vecchia storia, semplice e confortante, ma non l’unica.

E’ uno sforzo enorme, abbandonare la spiaggia certa e rassicurante della tradizione, delle certezze, della ‘normalità’ e della maggioranza e levare gli ormeggi; quello che ci aspetta di là è una strada nuova, non battuta, intatta e imprevedibile, in cui a farci da guida è solo quell’ affamato desiderio di accogliere una vita, amarla e prendersi cura di lei, come singoli/e o come coppia; pronti a tutto, forti di quel desiderio.

Queste storie di vita familiare sognata, progettata e vissuta sfidano a viso aperto i dogmi che pre-confezionano i concetti di maternità, paternità e ‘vera’ famiglia, e creano parole nuove per riscriverli.

L’eterologa è una realtà possibile: è possibile sceglierla, è possibile viverla, è possibile raccontarla.

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