Scrivila tu, la storia di nascita che vuoi raccontare a tua figlia

(Un approccio inclusivo e senza stereotipi comprende anche il linguaggio e le parole, che hanno un genere: maschile per i maschi e femminile per le femmine.  Ogni volta che parlo di persone dovrei scrivere “bambini e bambine”, “neonato e neonata” ecc.; per dare fluidità al testo ho scelto di utilizzare il solo femminile.)

Domanda: conoscere o non conoscere la storia del proprio concepimento tramite eterologa, determina delle differenze misurabili e prevedibili in termini di benessere psico-sociale (relazione genitore-figlia, crescita, inserimento nel gruppo dei/delle pari…) nelle bambine?

Risposta: no.

Da un’analisi degli studi sull’argomento, pubblicata su Human Reproduction nel 2017*, non emergono differenze. Pertanto, conclude l’autore, non esistono raccomandazioni scientifiche a favore dell’apertura (disclosure) o meno: le posizioni sempre più diffuse pro apertura si fondano “solo” su premesse morali ( è diritto della bambina, è il modo per costruire una relazione trasparente, ecc…), variabili da persona a persona.

Parlarne o meno resta quindi una scelta etica in capo al genitore o alla coppia. Fare ciò che è meglio per la bambina non è possibile: non esiste, scientificamente, un meglio e un peggio, una strada che non avrà ostacoli e una che certamente ne avrà in relazione a crescita, sviluppo e relazioni genitoriali (d’altra parte, un meglio e un peggio assoluti non esistono per nessuna scelta genitoriale). Inoltre, il fatto che tenere un segreto in famiglia sia dannoso o meno dipende essenzialmente dalle motivazioni che portano alla segretezza* e non tanto dal segreto in sé.

Ogni genitore desidera evitare ciò che potrebbe causare sentimenti o vissuti negativi alle figlie. Si tratta di scegliere, in autonomia; eventualmente con la/il partner.

Ciò che è importante, nel caso della fecondazione eterologa, è allenarsi, prepararsi: trovare i propri valori, ripensare al proprio percorso e costruire una narrazione coerente e facile da mantenere nel tempo, con cui familiarizzare; creare un lessico adatto, una storia accettabile prima di tutto per se stesse/i.

Questo è quello che propongo nel percorso eterologa: uno spazio dove dare un nome alle emozioni, alle scelte, dove conoscere i vissuti di altre famiglie e confrontarsi. L’obiettivo non è dare risposte, ma far nascere tante domande, che permettano a ciascuno/a di orientare le proprie scelte con responsabilità e serenità.

*Guido Pennings (Department of Philosophy, Ghent University—Bioethics Institute Ghent, Belgium) (2017), Disclosure of donor conception, age of disclosure and the well-being of donor offspring. Human Reproduction, Vol.32, No.5 pp. 969–973.

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