Cosa succede quando chiamo una donna “mamma”

IDM18 Full Logo - ENGIl 5 maggio di ogni anno dal 1992 si celebra la Giornata Internazionale dell’Ostetrica. Il tema 2018 ricalca il primo dei tre obiettivi strategici 2017 – 2020 (Quality, Equity, Leadership) stabiliti dalla Confederazione Internazionale delle Ostetriche: Midwives leading the way with quality care.

Quality care…assistenza di qualità, professionale, personalizzata, umanizzata, pensata; assistenza basata sulle evidenze scientifiche, che mette la persona al centro, non direttiva, non medicalizzata, non imposta ma condivisa, pianificata; assistenza che rispetta, ascolta, sostiene; assistenza che non giudica, non esclude, non nasconde…quality care.

Come traduco quality care nella mia pratica quotidiana?

Quest’anno il tema della giornata internazionale dell’ ostetrica mi ha fatto molto pensare. L’ho riportato nella nostra società, nel mio lavoro, nelle esperienze quotidiane e nelle letture che ho incontrato di recente. Ho incontrato donne, femminismi, storie di aborti procurati, depressione in gravidanza e nel post partum, pentimento materno, donne che non allattano, donne che non sono portate per vocine e pappe.

Ho pensato che quality care da oggi, per me, significa cancellare dal mio vocabolario la parola mamma. E mamme.

Ho pensato che quando incontro una donna con una carrozzina, con tenerezza mi dico “oh una mamma”; anche quando incontro una donna incinta mi dico, con tenerezza, “guarda, una mamma”; spesso quando penso al mio lavoro immagino di parlare alle “mamme”; agli incontri pre parto in genere sento dire “benvenute mamme!”, nei reparti di puerperio “buongiorno mamma!”; sui libri leggo che “le mamme sono, le mamme fanno”.

Ho pensato: ma cosa faccio realmente quando chiamo, anche solo mentalmente, una donna, mamma?


Immaginate di camminare e vedere una donna che spinge una carrozzina.

Appena la inquadro, la mia testa cataloga, la definisce: è certamente una mamma, che passeggia con il suo piccolo. Etichettata. E’ una realtà che riesco a definire e che quindi posso capire, prevedere. Non è una minaccia, so cos’è, so chi è. Classificare, dividere, definire ci aiuta a capire la realtà, certo, a parlarne, a farci capire. Il punto non è la necessità di catalogare, né quanto le categorie che usiamo possano essere riduttive, o inadatte. Il punto è che mamma è molto più di una categoria.

Quando dico mamma cambio prospettiva, assumo quella del bambino. La donna non è più al centro, non la vedo più come persona, non è soggetto. Non è più sola, non è più una donna: la considero ed esiste ai miei occhi prima di tutto e sopra-tutto in funzione del figlio, è una mamma. La vincolo in tutto al bambino, inverto la gerarchia, le priorità.

Quando dico mamma cancello la sua storia passata (immaginate una sagoma nera di donna e una gomma),  cancello ciò che pensa della maternità, la sua storia familiare e lavorativa, dimentico di guardare le sue idee, le sue priorità. Resta il contorno, una sagoma vuota, bianca: una, tra tante, come tante.

Quando dico mamma la sagoma vuota inizia ad indossare un abito. E’ il ruolo di madre. (Immaginate, immaginate: una sagoma nera ripiena di bianco, che, una gamba dopo l’altra, un braccio dopo l’altro, indossa un vestito). Entra nella parte, entra fisicamente nell’ abito della madre, ne veste i panni. Ma l’abito non è su misura, è stretto, troppo lungo, di un tessuto troppo leggero, con una fantasia a righe che proprio non le piace, alla sagoma. E’ lo stereotipo della maternità, è il modello di madre che la mia società patriarcale accetta, incentiva e venera; il modello che considera e vuole le donne con figli tutte uguali: stessi tempi, stessi desideri, stesi (non) bisogni, le mamme sentono questo, amano quello.

Quando dico mamma la fantasia dell’abito, a guardare bene, diventa fatta di lettere, minuscole, che compongono parole, lungo tutto il tessuto, fino all’orlo: “istinto”, “amore”, “allattamento”, “sacrificio”… E’ lo stereotipo della brava madre, che la mia società patriarcale non nomina ma che trapela nella comunità, ai giardinetti, negli ospedali, negli sguardi delle persone: una brava mamma allatta, vuole stare da subito con il suo bambino, sa sempre di cosa ha bisogno, sa come gestirlo, lo conosce; una brava mamma si prende cura del suo bambino con dedizione, rinunciando volentieri alle sue vecchie abitudini, gli parla con affetto, ha sempre il sorriso sulle labbra; una brava mamma non abbandona il suo bambino, nemmeno alla tata.

Quando dico mamma una donna diventa una sagoma vuota, che entra in un ruolo che non ammette flessibilità e combatte una lotta silenziosa contro il senso di inadeguatezza.

Quando dico mamma una donna diventa uguale a tutte le altre, e verso di lei, ora che è standardizzata, posso nutrire aspettative: incasello e prevedo le sue emozioni a seconda del periodo di gravidanza o puerperio che sta vivendo, do per scontato cosa desidera, quali difficoltà ha. Applico per bene il mio manuale universitario.

Quando dico mamma divento sentinella di una cultura patriarcale che vuole l’accudimento una naturale propensione femminile, che annacqua volentieri le storie delle donne non appena hanno dei figli, che venera ed esalta la maternità e l’amore incondizionato verso i figli come massima espressione dell’identità di ogni donna, che relega volentieri le donne con figli nel ruolo di madre, dimenticando che la maternità non è un ruolo ma una relazione.


Quando dicevo mamma pensavo di usare un termine affettuoso, fare un complimento, festeggiare un felice traguardo; pronunciandolo pensavo di far sentire le donne orgogliose, di interpretare la felicità della loro condizione, quasi fosse un onore sentirsi chiamare (finalmente) così.

Quando dicevo mamma non pensavo di tramandare una cultura che ingabbia le donne in un modello gravoso di maternità, che le vincola a istinti e saperi ancestrali, che ha costruito una dea madre e si infiltra nei pensieri delle donne, delle ragazze e delle bambine diventando abitudine, dettando le regole della via maestra: tappe, modi e tempi.

Basta mamma, basta mamme. A quante donne andrà stretta questa definizione? Quante donne non ci pensano, perché è l’abitudine, perché ci fanno credere di desiderarlo?

Le ostetriche possono essere capofila dei cambiamenti, compagne di lotta delle donne.

Le ostetriche possono mettere le basi per il 5° obiettivo per sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (United Nations Sustainable Development Goals): la parità di genere. Saremo parte di qualcosa che va ben oltre il nostro lavoro, le nostre vite.

Sustainable development goals.pngSarà una rivoluzione silenziosa.

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